Sieci, 11.06.2010
L’assemblea riunita dei lavoratori di Brunelleschi industrie srl, dopo un’attenta analisi della situazione aziendale e a seguito degli incontri informali avuti con i vari interlocutori, aziendali e istituzionali, si dichiara favorevole alla creazione di un percorso che porti i lavoratori a riunirsi in una cooperativa al fine di proseguire l’attività aziendale. A questo scopo sarà creato un comitato promotore che delinei la tempistica e la metodologia di quest’impegnativa operazione.
L’obiettivo di questo comunicato è quello di sottolineare, ad istituzioni e cittadini, la complessità del passo che intendono compiere i lavoratori, con la speranza di ricevere aiuto e collaborazione.
Chi ha seguito la storia degli ultimi anni di Brunelleschi, sa benissimo che il punto nodale sul quale
si è articolata la vicenda, è il recupero dell’area del vecchio stabilimento da parte del Gruppo Margheri, controllore quindi anche di Brunelleschi Industrie.
Al fine di continuare l’attività di produzione di piastrelle di pregio, e nello stesso momento di realizzare un business proprio grazie all’area in questione, è stato costruito un nuovo stabilimento in località Massolina, completato al 95%. L’investimento del Gruppo è stato oneroso e mirato a creare uno stabilimento versatile e funzionale, in grado di cambiare facilmente prodotti a secondo delle esigenze di mercato. Purtroppo la crisi globale ha investito anche il settore immobiliare, e il Gruppo Margheri si è trovato in una crisi economica fortissima. Tanto grave da farlo desistere da proseguire l’attività nel campo della ceramica.
L’amministrazione comunale di Pontassieve, da sempre vicina ai lavoratori, ha nel corso degli anni messo vincoli ben precisi sull’area, al fine di garantire un vero progetto di spostamento.
In caso di mancata messa in funzione del nuovo sito produttivo, il comune di Pontassieve, avrebbe in ogni caso messo il proprio veto sul piano di recupero del vecchio stabilimento.
Purtroppo questo non serve a salvare i 40 posti di lavoro, la storia e la professionalità di Brunelleschi.
Da qui la nostra decisione di assecondare i progetti di sviluppo dell’area, che consentirebbero al Gruppo di non prendere una china definitiva, rinunciando ad alzare “barricate”, ed avendo invece la ferma intenzione di discutere qualsiasi dettaglio che interessi il nostro futuro. Va ricordato che intorno al gruppo ruotano circa 500 posti di lavoro e, forse perchè da tanti anni in lotta, i lavoratori Brunelleschi, senza presunzione, non vogliono mettere in discussione il futuro di tante altre famiglie, ritrovandosi in una situazione di lotta estrema con il Gruppo. Speriamo solo che anche gli altri lavoratori, e i sindaci dei comuni dove lavorano, si accorgano di queste 40 persone che si avventurano in un percorso difficile e ancora incerto.
Ci apprestiamo quindi a trascorrere ancora altri mesi in cassa integrazione, nell’attesa del termine dei lavori e del collaudo dello stabilimento, da parte del Gruppo e di Brunelleschi Industrie.
Nel frattempo, c’impegneremo nell’approntare questo nuovo soggetto cooperativistico che subentrerà nell’attività già avviata. A tutti i vari soggetti che ci sono stati vicini negli ultimi dieci anni, la richiesta che continuino a sostenerci e a credere in noi.
Grazie
RSU Brunelleschi Industrie
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venerdì 18 giugno 2010
La storia infinita........
Riceviamo un documento di un gruppo di operai della Fabbrica Brunelleschi, indirizzato ad alcuni “attori” della loro lunghissima vertenza.
Lo pubblichiamo volentieri sperando di portare un modesto contributo ad una soluzione che possa risolvere le incertezze dei lavoratori e la salvaguardia del loro sacrosanto diritto al lavoro che attualmente svolgono.
Contemporaneamente ci auguriamo che la loro fabbrica possa essere mantenuta come patrimonio nazionale di archeologia industriale e come tale non modificato per un uso completamente estraneo a ciò che essa rappresenta.
" C.A Commissario Filcem-CGIL
Sig.Umberto Sacconi
C.A Segretario Generale Camera
Del Lavoro di Firenze
Sig.Mauro Fuso
RSU Brunelleschi Industrie Srl
Sieci, 16.06.2010
Siamo un gruppo di lavoratori della Brunelleschi Industrie srl di Sieci, azienda da molti anni in crisi e facente parte, come è senz’altro noto, del Gruppo Margheri. Scriviamo queste poche righe per evidenziare il nostro disagio e la nostra preoccupazione per i connotati che sta assumendo la vertenza che ci riguarda. Siamo perfettamente a conoscenza del percorso che si sta creando per la nostra realtà lavorativa, cioè quello di una cooperativa che subentri nella gestione dell’attività produttiva e commerciale a fronte di un disimpegno del Gruppo, causato da un evidente dissesto economico. Siamo perfettamente a conoscenza dell’esistenza di un comitato promotore formato da nostri colleghi, organismo ritenuto fondamentale ed essenziale anche da parte nostra. Qui però termina la nostra conoscenza e i contorni della vicenda si fanno meno chiari. Il processo che ha portato alla sospensione dei funzionari Filcem è parte di dinamiche interne alla CGIL, che sicuramente ha regole, regolamenti e organismi ai quali tutti suoi componenti si devono attenere, ma che ha anche, come compito essenziale, assistere i propri iscritti con persone che conoscano la storia e le vicende delle aziende in difficoltà e i risvolti, per non dire dei personaggi, che le girano intorno. Questa non è sicuramente una critica nei confronti della Nostra RSU e dei funzionari che l’assistono: entrambi sono in difficoltà, sballottati in un mare di discorsi e di fronte ad una situazione che ha miriadi di aspetti pericolosi, per i lavoratori e anche per il sindacato. Essendo in buona parte noi responsabili dei vari reparti dell’azienda, siamo perfettamente a conoscenza dello stato del nuovo stabilimento, che non è vero che sia pronto; siamo a conoscenza delle complicazioni che esistono nel districarsi negli appalti e subappalti degli impiantisti che devono terminare i lavori; siamo consapevoli che i prodotti che devono essere la base del nostro futuro devono ancora essere testati e certificati per tutti gli usi; siamo certi che alcuni prodotti di alta gamma fanno gola ad aziende senza scrupoli che gioirebbero se noi smettessimo di farli; siamo certi che ci vogliono alcuni mesi prima che lo stabilimento possa rimettersi in moto; siamo certi che la rete commerciale non esiste e vada ricostruita; siamo certi che pensare a prodotti e a una commercializzazione finalizzata solamente a grandi commesse, ci uccide in partenza avendo un costo di produzione più alto della media e una tipologia che spesso mal si presta alla tipologia di edificazione di certa edilizia; siamo certi che una volta usciti dal vecchio stabilimento, le banche recupereranno le loro decine di milioni dal Gruppo, che continuerà ad esistere e a fare affari milionari, mentre un gruppo di lavoratori si ritroverà in uno stabilimento nuovo ma fuori da ogni comprensorio e alla mercé di scaltri imprenditori, nel momento in cui si presentasse la prima difficoltà.
Siamo anche certi degli impegni presi dal Comune di Pontassieve, che non riguardano solo il vincolo dell’area, punto importante che sembrerebbe apparire superato, ma anche la conservazione della tipicità e dell’unicità di certi prodotti, della professionalità e della storia di una realtà unica al mondo e ultimo baluardo d’industrializzazione in un territorio ormai spogliato.
C’è la sensazione che il sindacato assecondi la guerra tra poveri e scelga il male minore. Vogliamo veramente credere che l’area non deve essere venduta subito per salvare il gruppo?Che il ricavato serva, oltre per i famelici appetiti delle banche, per salvare i 500 posti di lavoro che ruotano intorno al gruppo, o per garantire i cittadini che hanno comprato appartamenti mai finiti?Vogliamo far finta che le amministrazioni della provincia non sappiano questo?
Dobbiamo farci carico noi, con i nostri soldi, dopo mesi di CIG, di questa situazione? E’ questo che ci chiede il sindacato?Dobbiamo noi sottostare a che ci dice”bere o affogare”? Noi non vogliamo dividere ne creare confusione: vogliamo solo essere smentiti con i fatti, con gli accordi messi nero su bianco. Noi non chiediamo nient’altro che l’azienda, come concordato, avvii lo stabilimento e che la lega delle cooperative ci assista, nel primissimo periodo a trovare sbocchi commerciali, fino al momento in cui la cooperativa non sia in grado di delinearsi e di provare ad essere azienda. Noi porteremo questi interrogativi di fronte a qualsiasi istituzione e denunceremo qualsiasi aspetto che non sia più che trasparente e che non sia deciso dai lavoratori, finalmente riuniti ai propri funzionari.
Cordiali saluti
Paolo Vaggelli- responsabile stabilimento
Marco Mugnaini- responsabile area tecnica
Marco Buccioni- responsabile area smalti
Rossana Bandinelli- responsabile ufficio commerciale
Alessandro Meli- ufficio commerciale
Maria Razzanelli- ufficio amministrativo
Chiara Piantini – ufficio amministrativo
Barbara Pratesi – responsabile scelta
Gennai Cinzia- responsabile campioni
Borghini Roberto- operaio specializzato
Alessio Magni- operaio specializzato"
( QUI documento originale )
E’ ormai da molti anni che gli operai della fabbrica di ceramiche di pregio Brunelleschi vivono nell’incertezza per il loro futuro.
La resistenza nell’affermare il diritto al lavoro, la qualificazione della loro mano d’opera e il grande valore di archeologia industriale della loro fabbrica, che ha iniziato l’attività nel 1774, li ha salvati fino ad ora dalla disoccupazione e ha impedito che i poco nobili appettiti di finanziarie, banche e “piccole” Amministrazioni locali, fossero placati.
Purtroppo siamo alla stretta finale:
O i lavoratori si lanciano senza rete nel buio della crisi e diventano operai-imprenditori, oppure si và a casa!
Non c’è più tempo, i personaggi sulla scacchiera di questo cinico gioco sono già posizionati, l’immobile storico deve essere venduto, deve trasformarsi in volume residenziale, deve far muovere capitali.
Il balletto delle false promesse si è fermato.
Paolo R.
Lo pubblichiamo volentieri sperando di portare un modesto contributo ad una soluzione che possa risolvere le incertezze dei lavoratori e la salvaguardia del loro sacrosanto diritto al lavoro che attualmente svolgono.
Contemporaneamente ci auguriamo che la loro fabbrica possa essere mantenuta come patrimonio nazionale di archeologia industriale e come tale non modificato per un uso completamente estraneo a ciò che essa rappresenta.
" C.A Commissario Filcem-CGIL
Sig.Umberto Sacconi
C.A Segretario Generale Camera
Del Lavoro di Firenze
Sig.Mauro Fuso
RSU Brunelleschi Industrie Srl
Sieci, 16.06.2010
Siamo un gruppo di lavoratori della Brunelleschi Industrie srl di Sieci, azienda da molti anni in crisi e facente parte, come è senz’altro noto, del Gruppo Margheri. Scriviamo queste poche righe per evidenziare il nostro disagio e la nostra preoccupazione per i connotati che sta assumendo la vertenza che ci riguarda. Siamo perfettamente a conoscenza del percorso che si sta creando per la nostra realtà lavorativa, cioè quello di una cooperativa che subentri nella gestione dell’attività produttiva e commerciale a fronte di un disimpegno del Gruppo, causato da un evidente dissesto economico. Siamo perfettamente a conoscenza dell’esistenza di un comitato promotore formato da nostri colleghi, organismo ritenuto fondamentale ed essenziale anche da parte nostra. Qui però termina la nostra conoscenza e i contorni della vicenda si fanno meno chiari. Il processo che ha portato alla sospensione dei funzionari Filcem è parte di dinamiche interne alla CGIL, che sicuramente ha regole, regolamenti e organismi ai quali tutti suoi componenti si devono attenere, ma che ha anche, come compito essenziale, assistere i propri iscritti con persone che conoscano la storia e le vicende delle aziende in difficoltà e i risvolti, per non dire dei personaggi, che le girano intorno. Questa non è sicuramente una critica nei confronti della Nostra RSU e dei funzionari che l’assistono: entrambi sono in difficoltà, sballottati in un mare di discorsi e di fronte ad una situazione che ha miriadi di aspetti pericolosi, per i lavoratori e anche per il sindacato. Essendo in buona parte noi responsabili dei vari reparti dell’azienda, siamo perfettamente a conoscenza dello stato del nuovo stabilimento, che non è vero che sia pronto; siamo a conoscenza delle complicazioni che esistono nel districarsi negli appalti e subappalti degli impiantisti che devono terminare i lavori; siamo consapevoli che i prodotti che devono essere la base del nostro futuro devono ancora essere testati e certificati per tutti gli usi; siamo certi che alcuni prodotti di alta gamma fanno gola ad aziende senza scrupoli che gioirebbero se noi smettessimo di farli; siamo certi che ci vogliono alcuni mesi prima che lo stabilimento possa rimettersi in moto; siamo certi che la rete commerciale non esiste e vada ricostruita; siamo certi che pensare a prodotti e a una commercializzazione finalizzata solamente a grandi commesse, ci uccide in partenza avendo un costo di produzione più alto della media e una tipologia che spesso mal si presta alla tipologia di edificazione di certa edilizia; siamo certi che una volta usciti dal vecchio stabilimento, le banche recupereranno le loro decine di milioni dal Gruppo, che continuerà ad esistere e a fare affari milionari, mentre un gruppo di lavoratori si ritroverà in uno stabilimento nuovo ma fuori da ogni comprensorio e alla mercé di scaltri imprenditori, nel momento in cui si presentasse la prima difficoltà.
Siamo anche certi degli impegni presi dal Comune di Pontassieve, che non riguardano solo il vincolo dell’area, punto importante che sembrerebbe apparire superato, ma anche la conservazione della tipicità e dell’unicità di certi prodotti, della professionalità e della storia di una realtà unica al mondo e ultimo baluardo d’industrializzazione in un territorio ormai spogliato.
C’è la sensazione che il sindacato assecondi la guerra tra poveri e scelga il male minore. Vogliamo veramente credere che l’area non deve essere venduta subito per salvare il gruppo?Che il ricavato serva, oltre per i famelici appetiti delle banche, per salvare i 500 posti di lavoro che ruotano intorno al gruppo, o per garantire i cittadini che hanno comprato appartamenti mai finiti?Vogliamo far finta che le amministrazioni della provincia non sappiano questo?
Dobbiamo farci carico noi, con i nostri soldi, dopo mesi di CIG, di questa situazione? E’ questo che ci chiede il sindacato?Dobbiamo noi sottostare a che ci dice”bere o affogare”? Noi non vogliamo dividere ne creare confusione: vogliamo solo essere smentiti con i fatti, con gli accordi messi nero su bianco. Noi non chiediamo nient’altro che l’azienda, come concordato, avvii lo stabilimento e che la lega delle cooperative ci assista, nel primissimo periodo a trovare sbocchi commerciali, fino al momento in cui la cooperativa non sia in grado di delinearsi e di provare ad essere azienda. Noi porteremo questi interrogativi di fronte a qualsiasi istituzione e denunceremo qualsiasi aspetto che non sia più che trasparente e che non sia deciso dai lavoratori, finalmente riuniti ai propri funzionari.
Cordiali saluti
Paolo Vaggelli- responsabile stabilimento
Marco Mugnaini- responsabile area tecnica
Marco Buccioni- responsabile area smalti
Rossana Bandinelli- responsabile ufficio commerciale
Alessandro Meli- ufficio commerciale
Maria Razzanelli- ufficio amministrativo
Chiara Piantini – ufficio amministrativo
Barbara Pratesi – responsabile scelta
Gennai Cinzia- responsabile campioni
Borghini Roberto- operaio specializzato
Alessio Magni- operaio specializzato"
( QUI documento originale )
E’ ormai da molti anni che gli operai della fabbrica di ceramiche di pregio Brunelleschi vivono nell’incertezza per il loro futuro.
La resistenza nell’affermare il diritto al lavoro, la qualificazione della loro mano d’opera e il grande valore di archeologia industriale della loro fabbrica, che ha iniziato l’attività nel 1774, li ha salvati fino ad ora dalla disoccupazione e ha impedito che i poco nobili appettiti di finanziarie, banche e “piccole” Amministrazioni locali, fossero placati.
Purtroppo siamo alla stretta finale:
O i lavoratori si lanciano senza rete nel buio della crisi e diventano operai-imprenditori, oppure si và a casa!
Non c’è più tempo, i personaggi sulla scacchiera di questo cinico gioco sono già posizionati, l’immobile storico deve essere venduto, deve trasformarsi in volume residenziale, deve far muovere capitali.
Il balletto delle false promesse si è fermato.
Paolo R.
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lunedì 1 febbraio 2010
Era il 23 novembre del 1980..............
Era il 23 novembre del 1980, io come altri volontari dell’Humanitas Firenze Nord eravamo appiccicati uno all’atro in quella piccola stanza del Circolo Pescetti. La nostra Associazione di Pubblica Assistenza era nata da pochi mesi e, per “fare servizio”, avevamo in dotazione una vecchia ambulanza, 238 Fiat fornitaci in prestito dall’Humanitas dell’Isolotto di cui eravamo una sezione distaccata.Molti dei ragazzi erano alla prima esperienza del servizio di volontariato e anche se passavano il tempo giocando a carte oppure come si dice “cazzeggiando” nei loro volti si leggeva l’emozione per ciò che poteva capitare nel servizio di autoambulanza. Appena il telefono squillava chi era seduto saltava in piedi e un silenzio di tomba calava sulla stanza. La maggior parte delle volte si trattava di riportare un malato dall’ospedale a casa o viceversa, ma questo non abbassava l’entusiasmo e la forte motivazione dei volontari. Quella sera fu diverso. Verso le 19 squillò il telefono e all’altro capo del filo c’era il Presidente dell’Unione Regionale Toscana delle Pubbliche Assistenze, Roberto Masieri, il quale ci comunicò che nella zona della Campania e della Basilicata era avvenuto un terremoto di forte intensità e che al momento non si avevano notizie precise, non si sapeva se c’erano vittime e quali danni aveva provocato.
Dovevamo stare pronti ad attivare tutte le forme di aiuto possibile e i volontari che non avevano problemi di lavoro dovevano essere allertati per partecipare direttamente ai soccorsi. Coloro che davano la disponibilità dovevano avere un sacco a pelo e un po’ di viveri per le prime ore. Questo era tutto quello che ci dissero. Da quel momento anche nella nostra piccola realtà, il motore della Solidarietà cominciò a girare al massimo di giri, alimentato dalla grande e disinteressata generosità di donne e uomini di ogni età e condizioni sociali. Tutti animati dal voler aiutare i propri simili senza monetizzare il loro impegno.
Contemporaneamente in tutte le Sedi delle Pubbliche Assistenze e delle Misericordie della Toscana ed oltre, succedeva questo straordinario fenomeno che si era già verificato per la Diga del Vayont, per l’alluvione di Firenze e per altri grandi eventi calamitosi.
Alle 1 e 30 di notte, dopo circa 5 ore dall’allertamento, davanti alla sede dell’Unione Regionale Toscana delle Pubbliche Assistenze erano pronte per la partenza verso i luoghi del disastro, che via via che il tempo passava e le poche informazioni che giungevano, assumeva la dimensione di un ecatombe ( 3000 morti, 10.000 feriti fu il bilancio finale), 17 Autoambulanze e diversi mezzi logistici con 20 medici, medicinali, attrezzature per il soccorso, tende per i volontari. Da quello che mi risulta fu la prima esperienza di intervento organizzato, all’interno di un primo importante abbozzo di quello che sono diventati i Piani attuali di Protezione civile.
Una partenza in tempi rapidi per il soccorso di emergenza, contemporaneamente un lavoro di allestimento, con partenze distribuite nei momenti successivi di colonne di mezzi per l’allestimento di campi di accoglienza per gli sfollati, di viveri e generi di prima necessità.
A quei tempi la Protezione Civile come siamo abituati a sentirne parlare ora, non esisteva. L’allora Presidente del Consiglio Cossiga aveva forse ben altro a cui pensare poiché la presenza dello Stato nelle zone colpite dal Sisma si percepì solo dopo qualche giorno. Quello che invece era reale in quell’immensa catastrofe erano i tentativi di sciacallaggio e la volontà della mafia di appropriarsi dei soccorsi.
Avevamo installato come Pubbliche Assistenze un Campo base a Grottaminarda, proprio al confine di quell’area enorme colpita dal Sisma. Ricordo che quando percorrevamo con l’autoambulanza le strade per giungere all’Ospedale di S.Angelo dei Lombardi, colpito dal terremoto ma diventato ospedale base per il trasferimento dei feriti in altre strutture fuori regione, lo spettacolo di quelle che furono meravigliose colline era spaventoso. Interi paesi, frazioni, gruppi di abitazioni completamente rasi al suolo come se fosse esploso un ordigno nucleare.
A Grottaminarda avevamo diviso il Campo base in diverse aree: lo spazio per il soggiorno dei volontari, il punto di arrivo e di partenza delle comunicazioni realizzato con una centrale radio, un pronto soccorso realizzato in un aula dell’Asilo che il comune ci aveva assegnato, la cucina e un enorme magazzino che in pochissimo tempo si riempì di generi di ogni tipo e che noi gestivamo direttamente. Fu proprio il magazzino che scatenò l’interesse di alcuni personaggi locali. Il Comune, con l’allora Sindaco Puccillo, chiese formalmente di gestire come “Amministrazione” i generi di soccorso che arrivavano. Noi ci opponemmo in maniera decisa e, forse sarà un caso, ma per alcune notti degli ignoti esplosero colpi di pistola nei vetri dello stesso. ( un articolo del quotidiano l’Unità di quel tempo riportò la notizia).
Ho voluto descrivere la mia testimonianza diretta a distanza di 30 anni da questo evento perché proprio per la dedizione e l’impegno di centinaia e centinaia di volontari che, nel corso del tempo, è cresciuta la Protezione Civile nel nostro Paese.
La loro esperienza maturata in tantissime situazioni di piccola e grande emergenza ha fatto si che l’Organo Istituzionale della Protezione Civile crescesse e acquistasse una qualificazione che tutto il mondo guarda con rispetto.
Adesso sembra che questa crescita, già alcune volte oscurata da scandali politici sull’utilizzo dei fondi destinati alle popolazioni colpite da calamità, debba definitivamente arrestarsi.
Una calamità politica si sta abbattendo su di essa:
In un pre-consiglio dei Ministri del 1° Dicembre 2009 è stato approvato un Decreto legge che traghetterà la Protezione Civile verso una forma statutaria di Società Per Azioni. Non ci saranno più controlli sulla gestione delle risorse, nessun passaggio alla Corte dei Conti e mano libera sulle gare d’appalto per le opere e i mezzi necessari.
La maleodorante onda di piena berlusconiana continua nella sua corsa per abbattere ogni legame fra la società civile con le sue alte espressioni di solidarietà umana e lo Stato Mercato.
Che ruolo avrà da ora in poi la forza indispensabile del Volontariato di cui ha bisogno la SPA Prot. Civ. per risolvere le emergenze?
Come qualsiasi Azienda privata dovrà avere anche dipendenti operativi.
Riusciranno Bertolaso o Berlusconi a trasformare la Solidarietà in un rapporto di lavoro?
Rosini
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